Il caso ha voluto che io conosca molto bene il Granducato di Lussemburgo che per la sua collocazione e nonostante le dimensioni lillipuziane è un osservatorio essenziale per imparare a conoscere l’Unione Europea. Essa per quanto abbia deluso le speranze e le aspettative dei suoi padri fondatori resta per noi tutti un riferimento essenziale, oggi più che mai.
Il primo incontro con la città di Lussemburgo – che dà il nome ad uno stato con pochi comuni dove le abitazioni che hanno prezzi proibitivi nella capitale, pur essendo fuori dalla portata di redditi medio alti, sono faticosamente sostenibili, risale a metà degli anni ’70 quando, nominato responsabile dal PSI dei problemi dell’emigrazione, ebbi il mio debutto – In una grande sala con centinaia di italiani, a quel tempo con lavori umili, nessuno ascoltava le mie parole di circostanza (a ragione) perché la musica e il cibo e bevande gratuite avevano una giusta preferenza.
Di quel breve soggiorno ricordo una piccola città graziosa, grigia, noiosa, insomma un luogo dove, come negli anni successivi colleghi di FS e amici mi confermarono, i fine settimane li passavano a Parigi o Londra o Amsterdam perché tutte non distanti e facilmente raggiungibili.
Da una dozzina di anni vi sono tornato più volte perché li vive la famiglia della mia primogenita e due adorati nipoti, nati a Lussemburgo.
La città oggi si è sviluppata e allungata in direzione dell’aeroporto con decine di grattacieli che ospitano istituzioni comunitarie, banche e multinazionali. I nativi sono poco più della metà degli abitanti, pendolari dalla Francia e dal Belgio e altri paesi con due grosse minoranze, quella italiana che supera 30.000 persone e portoghese che si avvicina a 50.000.
Resta una città per benestanti, molto cara, con ottimi servizi specie per chi è coperto da assicurazioni, noiosa come era più o meno 50 anni fa. Si vive molto all’interno delle proprie comunità di origine, i lussemburghesi non danno l’impressione di essere molto disponibili ad aprirsi e confondersi con i non nativi.
Ma Lussemburgo, – come dice il titolo – sulla base della mia esperienza è un ottimo punto di osservazione su ciò che è oggi in buona parte l’Unione Europea.
Poco empatica, cortese con tutti ma senza dimenticare che chi a Lussemburgo è nato percorre “strade anche in buono stato” ma a patto che ricordi chi sono i padroni di casa.
L’ho sperimentato quando per motivi privati e non gradevoli mi sono dovuto rivolgere ad una specie di Tribunale della famiglia dove si svolgono “riti” che impropriamente chiamano processi essendo privi di tutte le garanzie che un vero processo ha: se una parte fa un’affermazione lo DEVE provare, ma non così a LUX almeno in quel tipo di Tribunale. Se dice una cavolata palesemente falsa la controparte ha diritto di replicare e smentire. Idem come sopra. Se l’italiano si rivolge ad un avvocato locale è difficile che lo trovi per due motivi: il diritto che interessa è quello degli affari, della fiscalità privilegiata e se avete la fortuna di trovarne uno questo difficilmente sosterrà le ragioni che non fanno fare una bella figura al Granducato.
E così il sottoscritto dopo aver sbattuto il muso contro diverse porte è stato costretto a rivolgersi per una questione di diritto di interesse generale al Tribunale presso la Corte di Giustizia europea che se sei fortunato esaminerà il ricorso ed emetterà sentenza a babbo morto, cioè dai 10 anni in su.
Le anomalie ad un osservatore un po’ competente appaiono diverse, ma molte sono in parte comuni al resto dell’Unione Europea, che infatti non ha milioni di ammiratori.
Ciò che accade a Lussemburgo – specie se hai bisogno di chiedere aiuto e difesa di diritti conclamati nei codici dei Paesi dell’Unione – è un caso limite? Penso e spero di no. Ma per prudenza a chi me lo chiedesse risponderei, giocando per stravolgerne il senso su uno slogan promozionale: “Don’t visit (or live in) Luxembourg” – Eviterei invece di fare di tutta l’Europa comunitaria un fascio.
Ma poi c’è una domanda; come fa un italiano a non considerare straniero tutti i non italiani stranieri se nella realtà pur essendo cittadini della stessa Unione ognuno è “straniero” rispetto agli altri? Con lo stesso criterio – e ci sono già segnali in questo senso – il piemontese, a parte le occasioni sportive, non avrà il diritto di considerare “straniero” anche il calabrese o il siciliano?
Ma un’ultima osservazione marginale. Come capita spesso, anche a me è venuta di rivolgermi per una questione non infondata e che pare una colossale frattura tra diritti comuni conclamati e pratiche processuali “modello coglionella” alle ambasciate del Granducato a Roma e a quella del mio Paese a Lussemburgo. La prima “non mi ha filato di pezza” – come dicono a Roma, la seconda mi ha contattato, si è informata del problema, alla fine ha di fatto concluso allo stesso modo: “non mi ha filato di pezza”.
Per onestà debbo dire che ho rappresentato il tema anche ai 76 membri italiani del Parlamento europeo con sede a Strasburgo. Meno di due ore di viaggio in macchina.
Risultato analogo a quello ottenuto per una denuncia di illegittimità e illegalità relativa a Cosenza (Calabria!) inviata a deputati e senatori eletti in Calabria. Non ci hanno filato de pezza.
Avranno pensato in dialetto: E cchi ni frica a nnu. Simo pagati per stare a Roma non per penzare ai rumpicugliiuni che ci hanno puru vutati.
Conclusione sconfortante ma vera: aveva ragione il nobile romano di un film del grande Sordi “io so io e voi nun sete un cazzo”.
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Il sogno europeo iniziato nel ’57 con il trattato di Roma nel corso dei successivi decenni ha smarrito (o tradito) la sua missione originaria. L’ossessione per l’economia, tematica oramai quasi esclusiva dei governi, si traduce nella difesa degli interessi di grosse lobbyes della finanza mondiale in un modello sociale improntato sempre più al capitalismo totalitario senza controlli e senza regole né freni da parte dei governi nazionali. A questo si aggiunge la perdita progressiva della propria identità culturale, di quella civiltà europea frutto, nel corso dei secoli, della felice confluenza dell’anima laica, a partire dalla grande civiltà greco romana, riconoscibile nell’umanesimo rinascimentale fino all’illuminismo e agli ideali progressisti del novecento, con l’etica cristiana che ha fornito ciò che alla cultura laica mancava o che aveva smarrito: una visione che mette al centro non un sistema sociale ideologico o tecnocratico ma l’uomo, semplicemente. Tutto ciò si sta distruggendo con i governi che stanno a guardare o peggio favoriscono il passaggio nelle mani dei colossi finanziari di beni essenziali come l’energia, l’acqua, che non possono essere trattati alla stregua di una merce. Lo stesso dicasi per il mercato della salute. Chi ci salverà? Forse il Terzo Settore. Forse tutte le persone semplici che vivono nei piccoli paesi, nelle aree rurali o anche nei quartieri cittadini dove regnano ancora le relazioni umane e lo spirito di comunità. Forse ci salverà l’innato buonsenso della “gente comune” che saprà reagire anche duramente con l’arma del voto. Personalmente sogno un nuovo umanesimo cristiano.