Estratto da “La guerra è noi” di Giacomo Mariotto su Limes.
Articolo completo: https://www.limesonline.com/rivista/guerra-italia-approccio-alla-guerra-gli-italiani-hanno-abolito-passato-violenza-morte-18349419/
Speravamo di aver cancellato la violenza per sempre. Ma senza saperci spiegare come o perché, ci siamo ritrovati ancora una volta immersi nella storia fino al collo. Siamo entrati in un’epoca in cui linee rosse, attori e poste in gioco sono sempre meno definibili. Non è (ancora) guerra mondiale, ma di certo è mondo in guerra. In tutti i quadranti del pianeta si diffondono conflitti ad alta e a bassa intensità, guerre civili ed etniche, lotte feroci di varia natura. Negli ultimi cinque anni i conflitti attivi sono più che raddoppiati: oggi se ne contano più di cinquanta, cifra senza paragoni dalla fine della seconda guerra mondiale. Le gerarchie globali e i nostri tradizionali punti di riferimento, fissati con minuzia nei decenni dell’ordine bipolare, sono sempre più sfocati. Non lontano dalle nostre porte di casa – dall’Europa orientale al Medio Oriente, dal Nord Africa ai Balcani – proliferano pericolosi vuoti di potere e gli Stati si dissolvono lentamente. […]
Nel mondo senza centro le vecchie regole non valgono più. Alle norme condivise si sostituisce il rapporto di forza. E noi ci scopriamo gravemente impreparati, privi degli strumenti materiali e culturali per affrontare il nuovo contesto. La realtà sembra aver smesso di rispondere ai nostri valori e ai nostri interessi. Certi che le guerre del futuro si sarebbero combattute a colpi di sanzioni economiche e comunque senza consistenti versamenti di sangue, abbiamo stabilito che la violenza non avrebbe avuto alcun ruolo nel XXI secolo. Ci siamo illusi che i corpi militari fossero l’emblema di un tempo ormai superato, utili nel migliore dei casi a tenere ordine nelle nostre strade o a distribuire cibo, acqua e giocattoli in operazioni di pace ratificate da alleati e istituzioni internazionali. […]
La fine della pace ci ha colti con la guardia bassa, ma continuiamo a navigare a vista: preferiamo non occuparci del mondo affinché il mondo ci ignori. Pacifismo all’italiana. Ma la nostra inconsapevolezza è pericolosa. Il caos dal quale ci sentiamo al riparo ha in realtà il potenziale di cambiare la nostra vita nei suoi aspetti più basilari e quotidiani. Non possiamo far finta di nulla e nemmeno arrestare del tutto la dilatazione. Perché l’incendio che insiste sul nostro intorno geografico è alimentato da scintille rimaste a lungo nascoste sotto la cenere dei secoli. E il prodotto di ferite e tensioni mai pienamente risolte. Significa che anche il nostro rifiuto ha una storia. Anzi, ha molte storie. […]
Noi siamo figli di questa storia. Nessuno escluso. Assuefatti alla bella favola degli «italiani brava gente» – comoda narrazione che, escludendo la terribile ma circoscritta parentesi fascista, ci vorrebbe popolo istintivamente incline alla pace e al quieto vivere – siamo soliti perdere di vista quanto la guerra abbia inciso sulla nostra cultura e modellato il nostro paese. La guerra l’abbiamo fatta e, ancora più spesso, subita.
L’Italia è terra mobile. Ben oltre gli effetti drammatici delle sue velleitarie avventure coloniali e delle due guerre mondiali. Gli ultimi ottant’anni di pace all’interno dei nostri confini geografici sono stati un’eccezione originata da una congiuntura storica favorevole. Di certo non la regola. La guerra l’abbiamo sempre vissuta sulla nostra pelle. La Penisola ha infatti un passato di conflitti pressoché ininterrotti, dalle «invasioni barbariche» alla liberazione da parte delle forze anglo-americane. Poche aree del mondo riportano una quantità simile di operazioni belliche condotte sul proprio territorio. Per i nostri antenati i combattimenti e la violenza erano a tutti gli effetti un tratto immutabile della vita quotidiana, penoso ma tremendamente reale.
Altro che fine della violenza e trionfo dell’Occidente. Dopo il 1989 il Resto del Mondo ha proseguito per la sua strada. E la storia ha ripreso a correre all’impazzata. L’Uppsala Conflict Data Program stima che negli ultimi 35 anni i morti (civili e militari) in conflitti a livello globale siano oltre 3,8 milioni, localizzabili prevalentemente in Africa, Medio Oriente e Asia 18. È un bilancio nettamente al ribasso, poiché non tiene conto di effetti indiretti come la fame e le malattie. Le fiamme della violenza sono tornate a bruciare anche in Europa. Prima con le due guerre d’indipendenza nell’arena jugoslava (1991-1999), quindi con l’attacco russo in Georgia (2008) e il conflitto nel Donbas (2014). Per molto tempo l’Italia ha preferito nascondere la testa sotto la sabbia. L’invasione russa non è spuntata dal nulla. Ma ci siamo fatti cogliere con il fianco scoperto, privi degli strumenti per affrontare la diffusione del caos. Non riusciamo più a concepire la guerra, quella vera. Nemmeno a chiamarla con il suo nome. Abbiamo raffigurato le misure di contenimento del Covid-19 come una «guerra all’epidemia», applicato gli aforismi di Sun Tzu alle regole manageriali, utilizzato metafore belliche per rappresentare la lotta alla criminalità e le differenze tra i sessi. Eppure, con una rimarchevole giravolta lessicale, per oltre trent’anni abbiamo camuffato le operazioni delle nostre Forze armate nel mondo dichiarandole «missioni di pace». […]
Il mondo nel caos offre solo una certezza: il futuro dell’Italia si giocherà nella testa degli italiani. La sicurezza e la prosperità che abbiamo costruito non sono dati di natura. Sono un prodotto della storia, che quindi può esserci sottratto. Per decenni abbiamo espunto la violenza dagli strumenti legittimi per la difesa dei nostri obiettivi nazionali, considerandola appendice di politiche fasciste o imperialistiche. Nulla di più sbagliato. Dobbiamo tornare a parlarne. Non per sdoganare una politica estera aggressiva, che sarebbe in ogni caso fuori dalle nostre corde dal punto di vista materiale, culturale e istituzionale. Ma per stabilire chi siamo e cosa vogliamo. Partendo dal presupposto che la pace non è un valore universale e nemmeno una posizione di politica estera, Non ci sarà sempre qualcuno pronto a salvarci. Probabilmente non c’è già più.